Intervista alla Dottoressa Sara Bassani BCBA, psicologa e Supervisor EIP(Early Intervention Program)

E’ con immenso piacere che condivido con voi questa intervista al supervisore di Ares (da 15 anni), Dottoressa Sara Bassani, il cui curriculum vitae potete vedere QUI.

La dottoressa Bassani attualmente è:

  • Socio fondatore dell’Associazione ADC (Analisti del Comportamento) Italia
  • Consulente in regime di libera professione: Supervisione intervento
    A.B.A. per bambini con autismo, gestione dei gruppi; formazione
    permanente dei terapisti presso Medicus Gruppo INI (Tivoli)
  • Docente Master A.B.A. I e II livello presso Consorzio Humanitas
    Consulente in regime di libera professione: Supervisione intervento A.B.A. con bambini con diagnosi di autismo, gestione dei gruppi; formazione permanente dei terapisti presso CTT (Centro Terapie Tirreno, Mondragone), Convenzionato ASL di Caserta per i servizi A.B.A. (Applied Behavior Analysis)
  • Docente in regime di libera professione: Corsi di formazione RBT (Registered Behavior Technician) e somministrazione di Competency Assessment in collaborazione con:
    Clinica Villa Dante – Gruppo INI, Guidonia Montecelio
    Casa di cura Medicus – Gruppo INI, Tivoli
    CTT (Centro Terapie Tirreno), Centro convenzionato per servizi A.B.A.
    (Applied Behavior Analysis), Mondragone (CE)
    Centro di riabilitazione Erre-D di Latina, Convenzionato ASL per i servizi
    A.B.A. (Applied Behavior Analysis)
    Università degli Studi di Cassino e del Lazio meridionale
    Associazioni private (La sonda su Marte, Serenamente)
  • Consulente in regime di libera professione: Supervisione intervento A.B.A. con bambini e adulti: domicilio, scuola e centri riabilitativi; gestione dei gruppi; parent training; formazione del personale scolastico; formazione dei terapisti
  • Supervisore per la formazione permanente A.B.A./V.B. del personale del “Gruppo autismo” presso “Centro Erre-d”, Latina

Sara,  innanzitutto grazie per questa opportunità. Ci conosciamo da più di 15 anni e per me è un piacere poter offrire un po’ della tua esperienza pluriennale ai lettori di Autismocomehofatto.  

Andiamo subito al sodo:
1. Perché hai scelto proprio la terapia A.B.A. Cosa ti ha spinta a dedicarti a questo percorso terapeutico?

Frequentavo la scuola media e ho conosciuto Marzia, una mia compagna di classe con diagnosi di Spettro autistico. Ho trascorso 3 anni molto complessi perché era difficile comprendere un mondo così diverso dal mio, un sistema di comunicazione quasi inesistente (all’epoca rispetto all’autismo non esisteva pressoché nulla…) e dei comportamenti così imprevedibili. A 13 anni ho deciso che avrei lavorato nel campo dell’Autismo, a 23 anni, mentre mi stavo per laureare in Psicologia, mi si è aperta la possibilità di formarmi come terapista A.B.A. e poi come Supervisore. Direi una serie di fortunate coincidenze…
2. Cosa pensi, sia dell’intervento precoce, che del numero di ore adatte all’intervento A.B.A.? (Molte persone asseriscono che 30, 40 ore a settimana, siano troppe, ad esempio)

Le ricerche dicono che un intervento intensivo permette di ottenere migliori risultati. Io ragiono sempre in termini “pratici”: quante ore apprende un bambino neuro tipico, ad esempio, a 3 anni? Dobbiamo semplicemente moltiplicare le ore di veglia per i 7 giorni che costituiscono una settimana: fa molto più di 40 ore, no?

3. Tuttora, nonostante l’A.B.A. sia una terapia approvata dalla SINPIA (Società Italiana di Neuropsichiatria), molte Asl la sconsigliano, soprattutto per i piccolini, perchè la ritengono troppo rigida. Cosa pensi di queste teorie che vedono nell’A.B.A. ancora bambini che lavorano soltanto a tavolino?
Credo che sarebbe necessario aggiornarsi costantemente. l’ABA è una scienza in continua evoluzione e, ad oggi, esistono molte procedure che vengono applicate in situazioni decisamente più naturali del lavoro strutturato. Con bambini molto piccoli, ad esempio, si predilige il NET (Natural Environment Teaching), modalità di insegnamento che favorisce i Mands spontanei, in quanto al bambino vengono proposte attività per lui estremamente motivanti e vengono stabiliti obiettivi di richiesta che deve emettere per ottenere semplicemente la prosecuzione del gioco. Si lavora a terra, in piscina, al parco giochi, ecc.
4. Com’è cambiata la concezione dell’A.B.A. dai tempi di Lovaas ad oggi?

Come dicevo prima, Lovaas ha indubbiamente creato una fortissima base di studi grazie alla sua ricerca pilota sul lavoro strutturato, e molte delle procedure che ho appreso tramite la formazione con il gruppo norvegese (che faceva riferimento a lui), sono ancora oggi nel mio repertorio. Diciamo che facciamo riferimento anche a studi precedenti, Skinner e il suo Verbal Behavior, nei quali, prima di Lovaas, veniva studiato il linguaggio come un qualsiasi altro comportamento e quindi modificabile esattamente come il resto. In Italia questa formazione in A.B.A., nonostante sia precedente, è arrivata dopo gli studi di Lovaas. Attualmente il metodo Lovaas viene ancora applicato da alcuni specialisti

5. Secondo la tua pluriennale esperienza sul campo, e quindi come supervisore o terapista, quali sono i problemi più significativi che ti pongono i genitori?
Comunicazione e indipendenza futura rimangono sempre le più grandi preoccupazioni, in alcuni casi anche i comportamenti problema. Dipende molto dall’età dei figli, comunque
6. Tu sei stata anche insegnante di sostegno, cosa manca nella scuola italiana per raggiungere la vera inclusione, secondo te?

La conoscenza dello Spettro dell’autismo. Quello che ho sempre vissuto è la grande frustrazione di vedere i bambini e i ragazzi essere trattati sempre come persone con ritardo, persone che non ce la fanno, dando per scontato che ci fossero necessariamente dei limiti cognitivi. Questo modo di vedere il soggetto con autismo porta a creare intorno a lui un modo di assistenzialismo che non gli dà la giusta dignità.  Alcuni insegnanti si stupiscono se propongo di interrogare l’alunno o di fare dei giochi in cui lui/lei sia capace come gli altri, così da condividere un momento in cui si sente uguale, e gli altri compagni possano percepire che ci sono dei punti di contatto con loro.

7. Qual è la causa più comune alla base dei più importanti comportamenti problema delle persone autistiche?

La mancanza di sistemi di comunicazione efficaci e la poca disponibilità da parte del “mondo neurotipico” nel comprendere che un linguaggio ricco e fluente spesso per molti di loro (non per tutti, sia chiaro) sia poco comprensibile, che ambienti estremamente rumorosi siano fonte di forte stress e che il soggetto debba essere gradualmente abituato a questi. se una persona autistica ha una selettività alimentare non si può immaginare semplicemente di non farlo mangiare ma va strutturato un intervento efficace. Se il soggetto non riesce a processare le informazioni in entrata e non riesce a comunicare, neanche i propri bisogni primari, rischia di arrivare ad alti livelli di frustrazione e, di conseguenza, all’emissione di comportamenti problema che abbiano la funzione di arrivare all’obiettivo prefissato, che a volte e’, semplicemente “far tacere” l’altro.

8.  L’A.B.A. è una terapia che può essere inserita anche in età adulta? Se sì a che età e con quali risultati?

Si, l’ABA è un intervento che funziona a qualsiasi età, quindi anche in età adulta. Solitamente gli obiettivi vengono stabiliti in base all’osservazione diretta e a valutazioni delle competenze, quindi è difficile rispondere sui risultati. Posso comunque dire che, se il soggetto è adulto, i primi obiettivi su cui lavorare, in base alle competenze iniziali, sono la comunicazione, l’autonomia e la gestione del tempo libero.

9. Cosa deve fare un giovane ragazzo o ragazza che vuole diventare un bravo terapista A.B.A. Oppure un supervisore. Qual è il percorso ufficiale da seguire?

Siamo in una fase di grande movimento per quanto riguarda le certificazioni. Il Board ha comunicato che a breve non sarà più possibile certificarsi con loro per persone che risiedano al di fuori di USA e Canada (con alcune eccezioni). Attualmente ci stiamo muovendo (CON L’ASSOCIAZIONE ADC, ANALISTI DEL COMPORTAMENTO ITALIA) per capire come garantire continuità di formazione, al fine di puntare soprattutto alla qualità degli interventi a diretta ed esclusiva tutela dei nostri pazienti.

10. Ti ritengo un supervisore ottimo e una terapista ancora migliore. Qual è il segreto per diventare bravi nel tuo mestiere, cosa serve?

Intanto grazie. Impegno nello studio, passione, fiducia nelle capacità di chi ci è di fronte (mi riferisco sia ai nostri bambini/ragazzi che alle equipe di lavoro) e tanta, tanta umiltà, solo così si può crescere costantemente e far crescere le persone che lavorano con noi.

11. Tu sei anche madre di due bambini normo tipici, maschio e femmina. Riesci a scindere il tuo ruolo di madre da quello di terapista o a volte te ne accorgi che fai la terapista anche come madre?

Non mi sento affatto la terapista dei miei figli ma sicuramente mi reputo la loro prima educatrice; avendo competenze in strategie di modifica comportamentale, educo i miei figli partendo dagli stessi princìpi: rinforzare i comportamenti adeguati e, per quanto possibile, prevenire o mandare in estinzione quelli inadeguati. Credo che formarmi prima come analista comportamentale e poi come genitore sia stata per me una fortuna.

12.  Qual è la più grande soddisfazione nel tuo lavoro?
Il mio lavoro!!!
Sara, prima di questa intervista ho chiesto ai genitori delle mie pagine Facebook e Instagram di rivolgerti delle domande:

Premetto che potrò dare soltanto risposte generiche: il nostro lavoro è fatto di analisi dei dati, osservazioni, verifiche, ecc. quindi riuscire a dare informazioni dirette ed efficaci a domande relative a bambini che non conosco non sarebbe possibile.

1. Rosmira chiede: Bilinguismo… I bambini autistici imparano le lingue fin da piccoli, ma da quando abbiamo deciso di parlare in preferenza una sola, il linguaggio e la comprensione del bambino sono migliorati, ormai sono passati 6 anni e adesso capisce tutte e due le lingue, ma cosa dobbiamo fare noi famiglie miste su questo aspetto?
Ci sono varie ricerche che studiano il bilinguismo. Non sembra ci siano particolari limitazioni, solo che va visto il singolo caso, ovviamente. Se il bambino non dovesse mostrare particolari difficoltà nell’approccio ad entrambe le lingue e se riesce a sviluppare comunque un buon repertorio, non dovrebbe essere un problema insegnarle entrambe
2. Annalisa chiede: Come comportarsi quando i bambini vogliono assolutamente un oggetto, un giocattolo e in mezzo alla strada urlano e chiedono aiuto?

L’analisi del comportamento si basa, come dicevo, su una puntuale analisi dei dati. La prima cosa da fare è comprendere quali siano gli antecedenti e le conseguenze del comportamento. Se, a seguito dei dati, siete certi che la funzione sia tangibile (ottenimento di qualcosa) il consiglio è quello di attuare un intervento (con un supervisore) prima a casa e poi in strada (ambiente più problematico per gestire eventuali reazioni comportamentali)

3. Simona: Quando è il momento migliore per iniziare a lavorare sulle autonomie…

Da subito. I bambini già intorno ai 2 anni e mezzo iniziano a lavorare sul lavaggio delle mani, ad esempio

4. Moulim chiede: Mio figlio ha 9 anni con SDW non verbale, portatori di protese acustici che non ha mai tollerato. I primi 2 anni ha seguito il metodo Drizansitch. E poi la CAA. Da più di 1 anno non fa più logopedia né psicomotricità. Per vari motivi tra cui la pandemia. In che modo può aiutarlo il metodo A.B.A.? E avrà dei risultati a quest’età?

Va effettuata una valutazione iniziale e contattato un analista comportamentale che abbia esperienza con bambini che soffrano di ipoacusia.

5. Irene chiede: Io vorrei chiedere come insegnare a leggere o scrivere mio figlio. Come ampliare i suoi interessi perché vuole vedere il PC e nient’altro.

Anche qui servirebbe un’osservazione diretta e un intervento specifico, non so dire altro

6. Annarita: Ha mai trattato bambini o ragazzi con Sindrome di Landau – Kleffner?

No, mi dispiace.

7. Mia Mia: Secondo il Board il genitore deve essere parte integrante del trattamento alla pari di un terapista, perché ancora oggi nel 2021 viene sconsigliato al genitore (dovutamente formato) di diventare il primo terapista del bambino?.

Il genitore, come dicevo in precedenza, è il primo educatore del proprio figlio. Io personalmente non ho una posizione specifica in merito al “genitore-terapista”: il genitore è sicuramente parte integrante dello staff, partecipa alle supervisioni e stabilisce parte degli obiettivi dell’intervento, in accordo con il supervisore. Il genitore è primariamente responsabile, ad esempio, della generalizzazione delle competenze, del lavoro sulla comunicazione, sulle autonomie, e molto altro. Se un genitore e’ in grado di non trascurare tutto questo e, essendo dovutamente formato, vuole anche lavorare nello strutturato, non costituisce un problema. Andranno però costantemente monitorati i risultati: un terapista riesce indubbiamente ad avere un distacco diverso da quello che potrebbe avere un genitore. ad esempio. La frustrazione per un fallimento relativo a un obiettivo del bambino/ragazzo è diversa tra, come la vive un terapista e come la sperimenta il genitore direttamente coinvolto

8. Cynzia chiede: Io vorrei sapere come si gestiscono le rigidità comportamentali, se vanno assecondate o estinte progressivamente e in tal caso come fare. Il mio alunno ha delle fortissime rigidità, e stereotipie vocali. Ad esempio lui starebbe delle ore a guardare fuori dalla finestra, oppure ripete sempre le stesse frasi delle favole o dei cartoni animati che vede sul cellulare. Siccome io voglio lavorare sullo stare in classe per tempi più lunghi, ho bisogno di capire se esiste una modalità per uscire da certi schemi di comportamento senza fare danni. Premetto che sono specializzata sul sostegno e ho un master in autismo, ma questa cosa ha diverse scuole di pensiero e la pratica è un altro discorso.
Noi lavoriamo molto sul principio della motivazione ad apprendere. La stereotipia procura ciò che si chiama rinforzo automatico (ovvero qualcosa di piacevole per ottenere la quale non serve la mediazione di nessun altro). Non posso aiutarla nello specifico perché servirebbe una osservazione analitica di ciò che accade nell’ambiente e ciò che potrebbe rappresentare un rinforzatore “competitivo” rispetto alla stereotipia.
9. Tiziana: Vorrei sapere se è possibile conciliare terapia A.B.A. con un percorso di CAA.

Io collaboro con alcuni supervisori CAA, non conosco però attualmente ricerche che confermino l’efficacia dell’integrazione dei 2 interventi.


Grazie, Sara.