“Signora, ma è sicura di mandarlo al campo scuola?” Ovvero quando la scuola si “impegna” per escludere tuo figlio.

Ci sono tantissime cause per le quali un ragazzo autistico non partecipa alle gite scolastiche o ai campi scuola: a volte perché nessun compagno vuole condividere la camera con lui/lei, incredibile ma anche questo capita.  Oppure perché il genitore è un tipo “isolato” che si presenta a scuola una volta all’anno, e non vuole mai partecipare nemmeno ai compleanni. O anche perché manca personale (un classico), ecc. ecc. Le motivazioni sono diverse, basta guardare la cronaca nei giornali.

La vera ed unica colpevole, comunque e senza ombra di dubbio, quando un allievo autistico viene lasciato a casa, è esclusivamente la SCUOLA.

E qui ritorno alla mia tanto ripetuta domanda: “Ha senso mandare i ragazzi con autismo alle scuole dei cosiddetti “normodotati” se poi nessuno capisce niente?”  , non ci si organizza come si deve, e alla fine quando arriva il momento vero dell’inclusione (come la gita) si opta per la scelta più facile: lasciare i bambini con autismo a casa? Ovvio che non ha senso!.

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Mi viene spesso da ridere (ricordando) qualche volta in cui è arrivata la data del campo scuola e alcune insegnanti mi chiedevano sotto voce, quasi bisbigliando: “Bàrbara, senti, ma pensi di mandare Ares al campo scuola? Perché secondo me lui ancora deve adattarsi bene ai compagni, si tratta di diversi giorni, potrebbe reagire male senza la sua mamma e a quel punto sarebbe impossibile gestirlo”.

Rido, credetemi, rido parecchio. A volte i  docenti non sanno cosa inventarsi per “convincerti” a non portarlo. Vi dico la  verità, spesso io opto per lasciarlo a casa, volutamente. Perché se l’approccio della scuola è quello di porsi a priori in questa maniera, io preferisco lasciarlo a casa quei giorni e farlo riposare.

Quando la scuola vuole davvero che tuo figlio partecipi al campo scuola si organizza e non ti chiede se hai intenzione di mandarlo o meno, ma ti comunica la data con un sorriso e ti rassicura sul fatto che andrà tutto benissimo. E’ chiaro che affinché ciò accada ci deve essere stato precedentemente un arduo e decisivo lavoro.
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Uno dei problemi più  frequenti che si ritrovano nell’organizzazione dei campi scuola è cosa far fare al ragazzo autistico in quei giorni, soprattutto se il programma previsto è impegnativo (poche soste, pranzo al sacco, giornate intere fuori dall’albergo ecc. ecc).

Non si capisce perchè tutto questo accade, visto che il Piano Individualizzato per le ore a scuola vige sempre  e va messo in pratica sia dentro che fuori dalla scuola. Il risultato di questa incompetenza è che se non si tratta di un ragazzo autistico particolarmente collaborativo, si rischia che durante il campo scuola l’alunno disabile non faccia nulla, e che magari rimanga in albergo lontano dai compagni: il non plus ultra della non inclusione.IMG-20150427-WA029

In alcuni casi i compagni si rifiutano di stare in camera con nostro figlio e spesso ciò si verifica perché nessun compagno ha mai avuto la possibilità di conoscerlo veramente e la scuola non ha mai elaborato un progetto inclusivo, mettici pure che il genitore del disabile non sa nemmeno il nome dei compagni di classe (capita anche questo) e alla fine il risultato è che nessun bambino ha intenzione di condividere la propria stanza con quel ragazzo o ragazza bizzarro che urla ogni tanto, che muove le mani costantemente e che dice sempre frasi sconnesse.

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Il vanto della scuola italiana non deve essere quello di accettare i disabili nelle classi dei normodotati tanto per dire: “noi siamo inclusivi”. Il vanto vero deve essere quello di creare le basi solide per un’inclusione tangibile, vera. Il vanto vero sta nel gioire quando un ragazzo con autismo partecipa alle gite, e si diverte pure insieme ai propri compagni. Il vanto maggiore dovrebbe essere questo: una scuola realmente inclusiva, giusta e accogliente nei confronti di TUTTI.

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(nelle foto, Ares nella sua prima gita, con splendidi compagni di classe)

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