Il trattamento dei disturbi del linguaggio all’interno dell’intervento comportamentale

 

II trattamento dei disturbi del linguaggio può costituire un’aggiunta importante e
vantaggiosa all’intervento comportamentale. Infatti, se combinati adeguatamente, i due interventi possono completarsi a vicenda per rendere ancora più efficace il programma. Un approccio di questo tipo consente l’apprendimento del linguaggio sia in modo strutturato che naturale, in quanto un terapeuta esperto può stimolare un corretto intervento nell’ambito della pragmatica (per esempio, l’uso sociale del linguaggio), può aiutare a sviluppare obiettivi linguistici coerenti con la normale sequenza di sviluppo, introdurre i principi del linguaggio simbolico e astratto e, cosa più importante, massimizzare le abilità complessive di comunicazione.

E importante notare, comunque, che molti programmi il cui esito è stato positivo
hanno fatto ricorso solo all’intervento comportamentale, data la difficoltà a trovare
uno specialista nel linguaggio che si occupi di bambini in difficoltà. I corsi di
laurea, generalmente, preparano gli specialisti a svolgere determinati compiti:
alcuni terapeuti del linguaggio, per esempio, sono abilitati a occuparsi della
riabilitazione delle persone anziane che, a seguito di un infortunio o di un ictus,
hanno problemi linguistici, mentre altri sono specializzati nella diagnosi e nel
trattamento della balbuzie o dei disturbi della fonazione. Pertanto, è comprensibile
che alcuni terapeuti del linguaggio non siano preparati o non desiderino cimentarsi
nell’arduo compito di insegnare a un bambino con disabilità linguistiche a parlare o
a comunicare.

Quelle famiglie abbastanza fortunate da avere a disposizione sia uno specialista
in terapia comportamentale che un terapeuta del linguaggio in grado di lavorare
con un bambino piccolo, dovrebbero prendere in considerazione l’opportunità di
realizzare un intervento combinato. Ma nel caso in cui l’età del bambino non
consenta di attendere altro tempo per la terapia, sarebbe saggio iniziare
l’intervento anche con uno solo dei due specialisti, piuttosto che attendere di
trovare lo specialista che manca.

Mi auguro che questo capitolo possa rivelarsi utile per i terapeuti del linguaggio,
in modo tale da consentire loro di dedicarsi ai bambini autistici, e che risulti utile
anche per quelle persone che non si occupano di disturbi del linguaggio affinchè
possano capire in che cosa può consistere l’intervento sui problemi linguistici.
Alcuni dei concetti inerenti il linguaggio che vi presenteremo nelle prossime pagine, possono essere considerati fondamentali e adeguati per molti bambini
con problemi di linguaggio, mentre altri sono utili solo nel caso che si abbia a che
fare con bambini autistici.
La mia esperienza deriva dall’aver lavorato con diversi bambini sottoposti
all’intervento intensivo. Di norma, seguo ogni bambino 2-3 ore per settimana,
mentre gli specialisti in terapia comportamentale e i suoi genitori lo seguono per
un totale che va da 10 a 35 ore settimanali.


Coordinare la terapia del linguaggio con l’intervento comportamentale

Nel caso in cui venga aggiunta la terapia del linguaggio a quella
comportamentale, è fondamentale una buona coordinazione: tutti gli obiettivi
dovrebbero contribuire a far conseguire un risultato comune per costruire
l’eloquio, il linguaggio, il gioco e le abilità sociali. Nei prossimi paragrafi vi
offriamo alcuni suggerimenti per coordinare le due discipline.

  1. Per facilitare la generalizzazione delle abilità apprese, il terapeuta del
    linguaggio deve sviluppare obiettivi linguistici simili a quelli previsti
    dall’intervento comportamentale. Per esempio, se con l’intervento comportamentale ci si attende che il bambino sappia denominare gli oggetti e rispondere alla domanda “Che cosa è questo?”, dal punto di vista linguistico si può utilizzare il medesimo vocabolario e richiedere al bambino gli stessi oggetti in un contesto di gioco poco strutturato. In questo modo, entrambi gli obiettivi si concentrano sul medesimo vocabolario.
  2. Il terapeuta del linguaggio deve contribuire a rendere il più comunicativi e
    funzionali possibile gli obiettivi dell’intervento comportamentale. Per esempio,
    egli può sviluppare programmi che si concentrano su oggetti a cui il bambino
    è molto interessato oppure focalizzarsi su un programma dedicato alle abilità
    recettive o espressive, nel corso del quale il bambino potrebbe giocare per
    qualche minuto con un determinato oggetto dopo che ha fornito la risposta
    richiesta.
  3. Il terapeuta del linguaggio può arricchire gli obiettivi linguistici individuati
    nell’ambito dell’intervento comportamentale. Egli può suggerire agli altri
    terapeuti come rimediare a specifici errori nell’emissione dei suoni, per
    esempio insegnando loro il modo in cui mettere una mano alla gola per
    insegnare al bambino il suono della “e” dura.
  4. Il terapeuta del linguaggio dovrebbe garantire che tutti i terapeuti utilizzino
    un vocabolario simile mentre lavorano sui loro obiettivi. Per esempio, se il
    bambino è impegnato in un compito di esecuzione di comandi semplici, tutti i
    terapeuti dovrebbero concentrarsi su quei particolari comandi nel momento in cui utilizzano particolari oggetti, come bambole o pupazzi. Se, all’interno del
    programma comportamentale, il bambino sta lavorando sull’imitazione
    gestuale, il terapeuta del linguaggio può anche far riferimento agli stessi
    compiti di imitazione, per stimolare una specifica produzione linguistica,
    usando i medesimi giocattoli che sono previsti dal programma
    comportamentale. Naturalmente, l’esigenza di usare linguaggio e materiali
    simili all’interno di tutte le sessioni di insegnamento diventerà meno
    importante man mano che le abilità comunicative e linguistiche del bambino
    aumenteranno.
  5. Il terapeuta del linguaggio può informare gli altri terapeuti e i genitori sulle
    forme linguistiche da potenziare anche sulla base del normale sviluppo delle
    abilità comunicative. In questo contesto, egli può contribuire al lavoro del
    gruppo rivedendo periodicamente gli obiettivi linguistici, man mano che
    l’intervento comportamentale procede.
  6. Il terapeuta del linguaggio può dimostrare come perseguire obiettivi linguistici
    specifici nel corso di attività quotidiane (come mangiare, farsi il bagno e
    andare a dormire). Egli può anche stimolare i genitori e gli operatori a fare
    delle descrizioni delle attività in corso, considerando le abilità oggetto
    dell’intervento; tutto ciò può stimolare anche una maggiore partecipazione del
    bambino alle attività. Se per esempio il bambino sta lavorando sulle
    preposizioni, l’adulto potrebbe dirgli: “Prima si versa l’acqua nella pentola e
    poi si mettono dentro il sale e gli spaghetti” e così via. Questo tipo di
    commento può essere adattato a tutti i livelli linguistici e alle diverse
    situazioni.
  7. II terapeuta del linguaggio deve aiutare a individuare e utilizzare
    correttamente i rinforzatori – sia tangibili, come cibo, figurine e giocattoli,
    che sociali, come lodi, abbracci ecc. Il terapeuta del linguaggio può contribuire
    a fare in modo che il rinforzamento sia usato in modo logico e funzionale; per
    esempio, se il bambino chiede una figurina, il rinforzatore giusto sarà la
    figurina e non una caramella.
  8. Per garantire che si ricavi il massimo beneficio possibile dalle interazioni, il
    terapeuta del linguaggio dovrebbe analizzare come le abilità linguistiche sono
    usate in classe o all’interno del gruppo di gioco e fornire a riguardo
    suggerimenti e indicazioni. Per esempio, se il terapeuta del linguaggio nota
    che gli insegnanti danno al bambino una merendina o un giocattolo quando
    egli strilla, potrebbe aiutarli a individuare modalità più corrette per gestire le
    situazioni e potenziare le abilità comunicative. Egli può suggerire dei modi per
    aiutare il bambino a interagire più frequentemente con i pari, per esempio,
    può suggerire all’insegnante di dare al bambino un giocattolo che piace a un
    altro compagno, per poi incoraggiare i due allievi a giocare insieme; oppure
    può mostrare all’insegnante come insegnare al bambino a domandare dei giocattoli o una merendina a un suo compagno. L’insegnante di classe può anche prevedere di realizzare delle attività da far svolgere in coppia e appaiare il bambino con un compagno che può essere un buon modello linguistico.
  9. Il terapeuta del linguaggio può anche aiutare a individuare e ridurre specifiche
    difficoltà linguistiche. Se, per esempio, il bambino non riesce a ricordare i
    nomi degli oggetti, il terapeuta del linguaggio può programmare compiti di
    categorizzazione e conoscenza delle parole, facendogli fare esercizi di
    vocabolario che coinvolgono sinonimi o contrari di determinate parole. Spesso
    questo tipo di esercizi aiutano il bambino a ricordare e utilizzare un numero
    più consistente di parole.
  10. II terapeuta del linguaggio può anche contribuire al trattamento di altre
    problematiche che possono essere presenti (per esempio l’aprassia, che è un
    problema di sequenza motoria, o la disartria, che è dovuta a una scarsa
    funzionalità dei muscoli impegnati nel linguaggio).

Complessivamente, ogni qualvolta si realizza un intervento in ambito linguistico e
comportamentale, ci aspettiamo di lavorare per conseguire obiettivi simili, anche
se in modi diversi. Quando si pianifica un programma per l’ambito linguistico
sarebbe preferibile includere alcune tecniche di facilitazione del linguaggio che
possono essere usate da altri terapeuti e dai genitori (per una discussione
approfondita di queste strategie vi rinviamo al capitolo seguente).

Aspetti della comunicazione

L’intervento nell’ambito linguistico può tentare di perseguire diversi obiettivi. Al
fine di individuare tali obiettivi, il terapeuta dovrebbe valutare vari aspetti della
comunicazione.

  1. Il terapeuta del linguaggio dovrebbe determinare in primo luogo qual è il
    grado di comunicazione intenzionale del bambino. Per atto comunicativo
    intenzionale o comunicazione intenzionale i terapeuti del linguaggio
    intendono un comportamento attuato deliberatamente per perseguire un
    obiettivo e che ha un effetto prevedibile su un’altra persona. La maggior
    parte delle tecniche usate per valutare la comunicazione intenzionale richiede
    un maggior grado di inferenzialità di quelle usate nei programmi comportamentali.
    Per determinare il grado di comunicazione intenzionale, il terapeuta
    del linguaggio può esaminare se e come il bambino richiede delle cose, saluta
    o commenta degli avvenimenti. Questo può essere normalmente fatto
    durante il gioco o durante alcune situazioni strutturate, progettate per
    stimolare la comunicazione attraverso gesti, vocalizzazioni e/o parole.
    Situazioni strutturate di questo tipo sono state escogitate da Wetherby e Prutting (1984). Il terapeuta, per esempio, potrebbe spingere la mano del
    bambino su una fetta di dolce, magari per suscitare una protesta, oppure
    potrebbe gonfiare un palloncino e poi lasciarlo sgonfiare per stimolare la
    richiesta di gonfiarne uno nuovo. Il terapeuta del linguaggio tenta di
    determinare se il bambino si serve di un comportamento per realizzare un
    obiettivo desiderato. 

Le domande cruciali sono “C’è consapevolezza dell’obiettivo?” e “Qual è la risposta del bambino se l’obiettivo non viene raggiunto?”.

Le risposte a queste domande dipendono da svariati fattori, uno dei quali è la perseveranza del bambino: il bambino continuerà a strattonare il terapeuta finché questi non gonfierà un nuovo palloncino o batterà il palloncino sul tavolo finché il terapeuta non lo gonfierà nuovamente? Anche ravvicinarsi del bambino al terapeuta o a un oggetto potrebbe essere un segnale di intenzionalità, così come spostarsi più vicino a un oggetto o al terapeuta potrebbe indicare una richiesta. Anche la direzione dello sguardo
può essere indice di una certa intenzionalità: se il bambino vocalizza e
guarda un oggetto o guarda l’oggetto e poi il terapeuta, questo comportamento
potrebbe essere una prova di comunicazione intenzionale.

Il linguaggio corporeo, come l’irrigidimento o i cambiamenti nella posizione delle mani, potrebbe essere interpretato come una comunicazione intenzionale se persiste finché l’obiettivo è raggiunto o se è ripetuto quando la “tentazione di comunicazione” è nuovamente messa in atto. Occorre anche osservare la persistenza e la coerenza di comportamenti inadeguati (come colpire, urlare o saltare) per stabilire se servono uno scopo comunicativo.
Sulla base di queste osservazioni, il terapeuta cerca di potenziare una serie di
comportamenti più adattivi come indicare o fare segno di “no” scuotendo la
testa, che sono precursori del linguaggio verbale.

A tal fine possono essere utilizzati anche particolari giochi, come quelli in cui si seguono dei turni.

2.   Il terapeuta del linguaggio deve anche occuparsi delle funzioni comunicative. Di
solito, la comunicazione avviene per le seguenti funzioni o ragioni:
a) per regolare il comportamento di un altro, incluso chiedere un oggetto,
un’azione o protestare;
b) per partecipare alle interazioni sociali, inclusi gli atti convenzionali, il
mettersi in posa, salutare, riconoscere e chiamare;
e) per catturare l’attenzione, fornire informazioni e richiederne.

Queste funzioni comunicative hanno un diverso grado di impatto sociale, che
è minimo per la regolazione comportamentale e massimo per la cattura
dell’attenzione. Di solito, la comunicazione dei bambini autistici serve a
regolare il comportamento di un altro (Wetherby, 1986), mentre la comunicazione dei bambini normali racchiude tutte e tre le funzioni su indicate. Il terapeuta del linguaggio deve individuare degli obiettivi che mirino a far sì che questi bambini utilizzino la comunicazione anche per altre ragioni, agendo nei seguenti modi:

a. introducendo nella terapia le routine sociali come giocare a nascondino, a
“bau-sette” o a qualunque altro tipo di gioco sociale che il bambino
gradisca. L’elemento essenziale sta nel far iniziare il gioco al bambino;
b. concentrandosi sulla consuetudine di porgere i saluti alle persone reali, agli
animali e ai pupazzi;
c. incoraggiando, fin dai primissimi stadi della terapia, l’indicare gli oggetti
che interessano facendo seguire dei commenti verbali alle parole che il
bambino produce

3. Il terapeuta del linguaggio deve prendere in considerazione le forme di
comunicazione utilizzate dal bambino. Per comunicare il bambino usa gesti,
vocalizzazioni, manipolazione, ecolalia, urli o parole? Usa mezzi di
comunicazione convenzionali (come indicare o usare le parole) o non
convenzionali (come urlare, scagliare oggetti ecc.)?

4. Il terapeuta del linguaggio può aiutare il gruppo nella formulazione di obiettivi che permettono di rendere la comunicazione più convenzionale; per esempio, può insegnare al bambino a fare un cenno di “no” con la testa anziché urlare o scagliare oggetti. Quando il bambino dimostra di saper usare la comunicazione convenzionale, il terapeuta può insegnare a usare mezzi comunicativi più complessi: per esempio, può
insegnargli a usare l’approssimazione (“a” per “aprire”) quando il bambino
porge degli oggetti al terapeuta perché glieli apra; può insegnargli a servirsi di
una parola quando riesce a usare l’approssimazione; può insegnargli a usare
due parole se fino a quel momento impiegava frasi di una parola. È importante
tenere in considerazione i mezzi di comunicazione utilizzati per ciascuna funzione
comunicativa, perché possono essere diversi. Se per regolare il
comportamento di qualcuno, ad esempio, chiedendo un oggetto, il bambino
utilizza frasi di due parole, ma non è ancora in grado di fare commenti per
partecipare all’interazione sociale, si potrebbe insegnare allo stesso a utilizzare
dei gesti per commentare le azioni in corso.

5. Il terapeuta del linguaggio deve occuparsi della frequenza della
comunicazione. Più un bambino comunica meglio è, perché questo può
diminuire la sua frustrazione e aumentare i rapporti con le altre persone. A
questo proposito, si possono utilizzare delle specifiche situazioni per aiutare il
bambino a iniziare la comunicazione. Per esempio, se il bambino lo gradisce, il
terapeuta può caricare un giocattolo a molla e poi lasciare che si fermi.
Quando il bambino porge nuovamente il giocattolo al terapeuta o dimostra di
voler giocare ancora, il terapeuta può modellare una parola o un suono bersaglio (“ancora”) per stimolare il comportamento imitativo del bambino.
Questo procedimento andrebbe ripetuto ogni volta che il giocattolo si ferma.
Un altro esempio potrebbe essere rovesciare “accidentalmente” del colore sul
tavolo, dire: “Oh oh!” e aiutare il bambino a osservare questo piccolo
incidente; anche in questo caso si dovrebbe ripetere la situazione e stimolare
la produzione verbale “oh oh!”. Quando qualcosa nell’ambiente di vita si
modifica, anche i bambini comunicano. Così il terapeuta potrebbe spostare
qualche elemento di arredo o nascondere uno dei giocattoli preferiti del
bambino, per fornirgli la possibilità di fare un commento. Le richieste si
possono incoraggiare anche mettendo un giocattolo o un cibo preferito su uno
scaffale, ben in vista ma fuori dalla portata del bambino. Finché il bambino è
interessato, il modellamento ripetuto e l’attesa possono aumentare la
frequenza della comunicazione. 

In sintesi, esaminare le capacità comunicative può permettere di individuare
specifici obiettivi come (a) aumentare il grado di comunicazione intenzionale; (b)
facilitare il ricorso a un’ampia gamma di funzioni comunicative, inclusa la
funzione regolatrice, la partecipazione alle interazioni sociali e la capacità di
attrarre l’attenzione comune; (e) aumentare la complessità dei mezzi di
comunicazione a cui la persona ricorre; (d) incentivare la frequenza della
comunicazione.

Pragmatica

La pragmatica è definita come l’uso sociale del linguaggio. Le abilità pragmatiche
devono essere considerate dal terapeuta del linguaggio assieme allo specialista
del comportamento. La pragmatica include gli aspetti comunicativi descritti sopra
(fare richieste, dichiarare e fare commenti), ma coinvolge anche molte altre
abilità linguistiche verbali e non verbali. I seguenti obiettivi andrebbero tenuti in
considerazione durante tutte le fasi di intervento inerenti la pragmatica.

  1. Durante la comunicazione, il terapeuta del linguaggio deve prestare
    attenzione al contatto oculare. Se il terapeuta tiene vicino agli occhi un
    oggetto che il bambino desidera prima di darglielo, questo può facilitare il
    contatto oculare. Se il bambino è un po’ più maturo dal punto di vista
    linguistico, un’altra tecnica per facilitare il contatto oculare può consistere nel
    coinvolgerlo in un gioco che prevede il guardare e il domandare, prima che
    una data azione possa accadere (“Ricorda che la regola del gioco è guardarmi
    e dire: ‘tocca a me'”).
  2. Il terapeuta del linguaggio dovrebbe assicurarsi che il bambino utilizzi il
    linguaggio anche con altri terapeuti e con chiunque altro, incoraggiandolo a
    fare richieste, commenti e così via, in molti contesti differenti.
  3. Il terapeuta del linguaggio può anche lavorare sui cambi di turno nello svolgere
    un’azione. In questo caso, i giochi non verbali di presa di turno consistono
    prevalentemente in compiti che richiedono dei turni per completare una
    sequenza (per esempio lanciare la palla a un’altra persona, far correre
    un’automobilina giocattolo). Questi giochi, inoltre, possono focalizzarsi
    sull’uso del suggerimento “mio turno/tuo turno” (per esempio, il terapeuta e il
    bambino possono costruire assieme una torre aggiungendo a turno un
    blocchetto alla volta; possono completare un puzzle aggiungendo un pezzo
    ciascuno a turno; possono fare a turno per disegnare delle figure). Un livello
    superiore di abilità può consistere nel fare a turno durante una conversazione,
    commentando o fornendo nuove informazioni (per esempio il terapeuta può
    usare una frase chiave come “Parliamo di…”, dopodiché lui e il bambino
    possono fare a turno per aggiungere delle informazioni — se necessario
    usando il suggerimento “mio turno/tuo turno”).
  4. Quando è il caso, il terapeuta del linguaggio deve utilizzare una voce e
    un’intonazione “non terapeutica”, naturale. Quando il bambino comprende
    delle consegne durante le prove, il terapeuta deve cominciare a usare i
    medesimi ordini parlando con voce meno ferma e strutturata.
  5. Il terapeuta del linguaggio potrebbe anche fare eseguire degli ordini al bambino
    mentre è impegnato in altri giochi.
  6. Il terapeuta del linguaggio dovrebbe favorire la consapevolezza di situazioni
    insolite o di modificazioni nell’ambiente. Per stimolare il bambino a
    commentare queste situazioni, si possono elaborare degli obiettivi specifici. Le
    modificazioni ambientali possono essere incidentali o appositamente
    progettate (per esempio facendo cadere volontariamente i materiali didattici
    dal tavolo). In base al livello linguistico del bambino, si può abbinare una
    frase di una parola, o una frase intera, alla situazione.
  7. Quando il bambino comincia a usare brevi frasi di 3-6 parole, diventa
    importante insegnargli a mantenere la conversazione su un argomento. Per
    esempio, ogni persona può scegliere una carta tematica e provare a dire tre
    cose inerenti quel argomento. Se il bambino devia dal tema, si può provare a
    dare un suggerimento come “Noi stiamo parlando di…”. Oppure si può parlare
    di un avvenimento trascorso, come il fine settimana (assicurandosi di
    possedere le specifiche informazioni) e chiedere al bambino di dire tre cose
    differenti a proposito. Il punto chiave è che il bambino e il terapeuta del linguaggio
    aggiungano nuove informazioni al tema.
  8. E’ importante inoltre stimolare il bambino ad affrontare più argomenti ed
    evitare che parli spesso delle stesse cose o perseveri sullo stesso tema (per
    esempio dicendo: “È buffo, tu avevi già parlato delle automobili” oppure
    “Basta automobili. Guarda qua, il Pongo”).
  9. Anche la capacità di fare inferenze è un’abilità pragmatica di elevato livello
    che il terapeuta del linguaggio può iniziare a stimolare servendosi di domande
    “chi”, “cosa”, “dove”, “quando” e “perché”. Non appena il bambino comincia a
    rispondere in modo accurato a domande “chi”, “cosa”, “dove”, “quando” e
    “perché”, il terapeuta del linguaggio può introdurre delle domande per le quali
    non è ancora stata data una risposta specifica (per esempio, mostrate al
    bambino un disegno o leggetegli un brano di una storia,  dopodiché
    domandategli “Che cosa farà quel bambino adesso?”). Anche iniziare una
    frase con “Io penso…” può essere utile per lavorare sulle inferenze spontanee
    (per esempio, dopo che avete letto la frase “II coniglietto va a nanna senza
    cena”, provate a modellare “Io penso che il coniglietto abbia fame perché non
    ha mangiato”). Un altro modo interessante per facilitare le inferenze è il gioco
    degli indovinelli (per esempio, “Io sto pensando a una cosa gialla che di
    giorno sta in cielo. Indovina che cosa è”). Ricordate che il terapeuta e il
    bambino devono sempre fare a turno nel descrivere l’oggetto e
    nell’indovinarlo.
  10. II terapeuta del linguaggio deve incoraggiare l’uso del linguaggio nel
    contesto sociale in modi differenti. Per facilitare questo tipo di interazione è
    possibile usare dei giocattoli adatti al bambino (per esempio, i personaggi di
    Dragon Bali, la Barbie ecc.). Il vocabolario che si vuole prendere in esame
    dovrebbe essere quello tipico che usano i bambini di quella età. Può essere
    inoltre particolarmente utile coinvolgere anche i pari nel corso di questo
    intervento, che possono collaborare nel fare domande e commenti.

Gioco simbolico

II terapeuta del linguaggio ha un ruolo fondamentale in qualunque programma
linguistico. Per gioco simbolico si intende un comportamento di gioco dei bambini
in cui si usa un oggetto o un giocattolo per rappresentare qualche altra cosa. Per
esempio, un bastone può essere usato come una spada oppure un blocchetto per
le costruzioni può essere usato come un telefono.
Dal punto di vista evolutivo, ci sono stadi di comportamenti di gioco
progressivamente sempre più complessi. Il gioco e il linguaggio sono
comportamenti simbolici e sono in relazione reciproca (Westby, 1988). Per
massimizzare il linguaggio, il gioco simbolico è indispensabile. I prerequisiti al
gioco e alle attività simboliche sono i comportamenti finalizzati (per esempio,
spingere un bottone nel caso di un giocattolo a molla), l’uso di strumenti e il
comportamento imitativo. Il comportamento finalizzato e l’uso di strumenti
possono essere facilitati servendosi di giocattoli che funzionano spingendo un
pulsante. L’imitazione può essere insegnata ricorrendo a svariati giochi, come
battere sul tamburo, giocare con le figurine facendo finta che siano personaggi
che mangiano e dormono oppure pettinare le bambole. Le prime attività di gioco
simbolico possono riguardare la rappresentazione di eventi familiari (per esempio fare finta di mangiare, di lavarsi i capelli ecc.). Per aumentare la complessità del
gioco, si possono via via aumentare le sequenze di attività da rappresentare (per
esempio, il bambino fa finta di cucinare, di mangiare e poi di lavare i piatti
oppure mette dei pupazzi in un’automobilina, fa finta di accompagnarli a scuola e
poi di tornare a casa). Per stimolare un gioco più complesso ancora, si possono
simulare attività meno consuete, come ad esempio fare finta di essere un
poliziotto che cattura i ladri, o creare storie attorno a temi relativi a draghi e
dinosauri. Per maggiori informazioni sugli stadi tipici del gioco simbolico vi
rinviamo alla Westby’s Play Scales in appendice a questo capitolo.

Questioni ulteriori

Può darsi che sia necessario prendere in considerazione ulteriori questioni, quali:
1. La comunicazione accrescitiva. Se un bambino ha delle difficoltà significative
con l’articolazione o con il linguaggio espressivo, il terapeuta del linguaggio
deve prendere in esame la possibilità di ricorrere ad altri mezzi di
comunicazione. Di solito ci si dovrebbe concentrare sul linguaggio espressivo
orale per 6-12 mesi. Se i progressi dovessero essere molto lenti, si dovrebbe
prendere in considerazione una strategia diversa, come linguaggio dei segni e
dispositivi del computer.
2. La comunicazione accrescitiva non ha niente a che fare con la Comunicazione
facilitata e l’obiettivo che si vuole perseguire utilizzando un dispositivo
accrescitivo è favorire una comunicazione il più indipendente possibile. Come
abbiamo già detto, noi prendiamo in considerazione la comunicazione
accrescitiva solo quando, dopo 6 mesi-un anno di lavoro sulle abilità
linguistiche, non si riesce a potenziare la comunicazione verbale oppure si
persegue un linguaggio scarsamente intelleggibile. Lo scopo principale
connesso al ricorso a un sistema accrescitivo è di incrementare la
comunicazione. Poiché è stato dimostrato che un incremento nella
comunicazione aumenta il linguaggio (e non lo impedisce), servirsi il prima
possibile di un sistema accrescitivo aiuterà il bambino a parlare. Quando la
comunicazione verbale sarà presente, anche a livelli minimi, si può ridurre il
ricorso agli strumenti utilizzati.
3. Ecolalia. L’ecolalia immediata è la ripetizione di una cosa detta poco tempo
prima. L’ecolalia ritardata è la ripetizione di un’affermazione sentita in un
altro contesto o situazione tempo prima. Spesso l’ecolalia ha un proposito
comunicativo e in questo caso non si dovrebbe intervenire utilizzando
l’estinzione. Se il bambino, in presenza di una richiesta dell’operatore ripete la
frase in modo ecolalico, si potrebbe fare da modello di una risposta semplice
alla domanda, utilizzando le stesse parole presenti nella domanda. Per
esempio, se il bambino ripete in modo ecolalico dopo la domanda del terapeuta “vuoi del succo?”, quest’ultimo potrebbe dargli il succo e dire “sì, voglio del
succo”. Un bambino può usare l’ecolalia ritardata per introdurre nuovi
argomenti che possono essere utilizzati dal terapeuta. Per esempio, se il
bambino dice una frase tratta da un libro, prendete il libro e aggiungete
ulteriori informazioni alla conversazione. L’ecolalia dovrebbe essere
scoraggiata quando interferisce con il processo di apprendimento, come nel
caso in cui il bambino ripete le parole o le frasi dette prima che il parlante
abbia finito. In questo caso, si può usare un segnale visivo per indicargli di
aspettare.

4. Prosodia. La prosodia si riferisce all’intonazione del parlato. Si può rinforzare
l’intonazione proponendo un modello che, soprattutto nelle prime fasi, esagera
l’intonazione da dare. È inoltre importante che le diverse persone che
interagiscono con il bambino facciano ciò. Si dovrebbe inoltre intervenire e
rinforzare il bambino ogniqualvolta la sua voce non è monotona (per esempio,
il terapeuta potrebbe dire “Wow, hai usato una bella voce. Magnifico!”).
5. Intensità vocale. L’intensità vocale è il volume della voce. Le possibilità di
intervento sono simili a quelle indicate per la prosodia.

Conclusioni

II terapeuta del linguaggio e l’esperto in terapia comportamentale possono
creare un rapporto per ottimizzare il programma nell’ambito linguistico. Da un
punto di vista pratico è fondamentale che gli obiettivi linguistici siano misurabili e
che vengano resi noti, in modo tale che tutte le persone coinvolte nel
trattamento possano cogliere ogni opportunità per rinforzare le prestazioni
attuate dal bambino dopo l’insegnamento. Inoltre, è importante annotare
chiaramente ciò che viene fatto. Questo include registrare gli obiettivi e i dati che
si raccolgono e tenere delle note chiare e concise di ciò che accade in una sorta
di “giornale di bordo”. Una serie di incontri regolari e una buona comunicazione
fra tutte le persone coinvolte nel trattamento garantiscono la coordinazione degli
sforzi e rendono possibile un brain-storming per massimizzare l’efficacia
dell’intervento.

 

 

 

 

 

 

di Robin Parker.

dal libro di Catherine Maurice

 

Riferimenti bibliografici
Bloom L. & Lahey M. (1978). Language develapment and language disorders.
New York: John Wiley and Sons.
Lahey M. (1988). Language development and language disorders. New York:
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Prizant B. & Wetherby, A. (1988). Providing services to children with autism (ages 0-2 years) and their families. Topics in Language Disorders, 9(1), 1-23.
Westby C.E. (1980). Assessment of cognitive and language abilities through play. Language, Speech, and Hearing Services in Schools, 11, 154-168.
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Wetherby A. & Prutting C. (1984). Profiles of communicative and cognitive-social abilities in autistic children. Journal of Speech and Hearing Research, 27, 364-377.

 

 

 

 

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