AUTISMO. Vietato storpiare le parole . Il “bambinese” fa male. Come introdurre le prime parole ad un bambino con autismo

 

L’altro giorno ho sentito la mamma  di un bambino con autismo rivolgersi al proprio figlio così: “a  mamma, non ti toccare l’uccellino”. Vi  giuro che mi stavo sentendo male. Storpiare le parole, soprattutto quando si ha un bambino con problemi cognitivi è uno degli errori più sciocchi che si possano compiere.

Secondo me vale per tutti, anche per i bambini normodotati. Ma qui ci occupiamo di autismo e quindi parliamo di nostri bambini. Ovvio, il mio è soltanto un modesto consiglio per chi ha un bambino piccolo e una diagnosi d’autismo appena arrivata.

Ci sono diversi argomenti  da trattare per spiegare  l’importanza  di chiamare  le cose con il  proprio nome:

  1. I ragazzi  con  autismo  non capiscono  l’ironia o i doppi sensi. Sono trasparenti nella loro  innocenza, e molto, ma molto concreti quando provano a capire i concetti. Di conseguenza se chiami il pene “uccello”, lo confondi terribilmente. L’uccello gli verrà insegnato  poi, a scuola,  come  animale che vola nel  cielo, e tu, mamma o papà, starai semplicemente  ingarbugliando  la sua mente.
  2. I bambini  con autismo,  più  di  altri, hanno una memoria  fotografica pazzesca, di conseguenza  non  è un  bene dirgli: “guarda il bau”, se poi dovrai insegnargli che il cane, appunto, fa “bau”. Quando inizieranno a parlare potrebbero ricordarlo e quindi ripeterlo.
  3. Non serve parlare con astrusi termini filosofici, che anzi, non verrebbero affatto compresi, ma semplicemente chiamare le parti del corpo, gli oggetti  della vita  quotidiana,  gli  abiti che indossiamo, il  nome  dei parenti, le  canzoni,  esattamente con il loro nome, niente di più e niente di meno.
  4. Per esperienza personale, i termini  corretti  sono  di  grande aiuto quando arriva  l’adolescenza e si affronta la masturbazione.  Ares ed io ad esempio, abbiamo instaurato dei codici quando lui vuole masturbarsi. 
  5. Non è affatto vero che il bambino è più empatico con i genitori o con i nonni se con lui si usa “il bambinese”, infantilizzando il linguaggio al punto da renderlo irriconoscibile. Con i bambini conta il tono della voce, la dolcezza che si è in grado di trasmettere e non si è più dolci dicendo: “a mamma, guarda il miao”, oppure “a mamma, quando devi far pipì non ti toccare il pisellino”
  6. Se il bambino autistico verbale vi dirà: “voio aua”, sarà vostra cura, anche senza correggerlo, rispondere: “certo, Ares, ti prendo l’acqua”, “ora vado in frigo e ti prendo l’acqua”, se necessario ripetendo più volte le parole e SCANDENDO, affinchè rimangano impresse.
  7. Se invece verrà punto da una zanzara  non aiuta  dirgli qualcosa  del tipo: “ti sei fatto la bua?”, lo so, vi viene spontaneo, ma per un  bambino con autismo  una delle cose più importanti è imparare a dire: “mi sono fatto male, ho dolore alla testa”, in maniera corretta, affinchè possa  essere compreso  sia da voi, che da altri (familiari,  operatori o assistenti).
  8. Se si tratta di un bambino normodotato alcune cose, quasi tutte, possono essere corrette con il tempo, con la frequenza a scuola, ascoltando il linguaggio dei compagni. Quando si tratta di un bambino con Autismo non è mai abbastanza la cura che mettiamo nel pronunciare le parole

E’ già difficile insegnare  ad un  bambino con autismo 20 semplici parole, figuratevi se le impara storte o sbagliate. No si tratta di parlare come Dante Alighieri, ma di tagliare alcuni  “brum brum” o “gnam gnam”. Pensateci!!!

 

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