Gli autistici sanno di essere autistici?

E’ una domanda che mi pongo spesso, sin da quando Ares è molto piccolo. E non è affatto una domanda che trova facile risposta.

Penso che la maggior parte di noi sia certa del fatto che le persone con autismo non sappiano di esserlo e questo pensiero spesso colpisce anche i caregiver che nell’idea che la persona non capisca parlano come se non ci fosse. In realtà, secondo me, gli autistici, sanno perfettamente di essere diversi, oppure diventano consapevoli con il tempo.

Sicuramente la consapevolezza dipende dalla profondità dello spettro, dall’ambiente, dall’età e dal livello intellettivo. In linea di massima la coscienza della propria condizione arriva verso i 6, 8 anni. Personaggi come Donna Williams e Temple Grandin se ne sono accorte presto, anche se non capivano per quale motivo fossero diverse. Gli Asperger in alcuni casi tentano persino il suicidio, proprio perchè riescono a capire la loro condizione e ne soffrono.

Temple Grandin, a proposito di consapevolezza di essere autistici, diceva: “ritengo sia molto importante che il bambino venga informato. In ogni parte degli Stati Uniti ai bambini autistici viene spiegato cosa sia l’autismo intorno ai 7 o 8 anni di età e, quando il bambino è un po’ più grande e ha raggiunto un buon livello nelle capacità di lettura, raccomando la lettura di libri del genere “Thinking in pictures”1 . Tutti gli autistici mi hanno riferito quanto sia importante per loro leggere libri che riportino esperienze personali di altri autistici, come anche reputino possa essere importante leggere dei trattati di natura medica. Ho anche incontrato molti genitori di persone autistiche o gli interessati stessi e li ho sentiti dire che è molto importante per loro spiegare come gli autistici pensano.”

E’ chiaro che Temple si riferisce agli Asperger, che a differenza degli autistici a basso funzionamento hanno una capacità espressiva di gran lunga maggiore. Ed è proprio grazie agli Asperger e agli autistici ad alto funzionamento che riusciamo oggi a capire la mentalità di tutte le persone con autismo, compreso anche il senso indiscusso di consapevolezza del loro disturbo, sia che possano esprimerlo oppure no.ott 06 036

Gli autistici a basso funzionamento, anche quelli non verbali, non sanno di preciso di essere autistici, ma probabilmente sanno di essere diversi, di aver bisogno continuo di aiuto, di assistenza, il che spesso è fonte di frustrazione, soprattutto quando vengono spinti con insistenza a compiere in maniera corretta attività che svolgono per la prima volta. Ares ad esempio s’innervosisce parecchio, ragion per cui tutti gli argomenti nuovi della didattica sono sempre affrontati prima a casa e poi in un secondo momento, a scuola.

Senza la capacità di potersi esprimere rimane tuttora un grande mistero la reale consapevolezza dell’autistico sulla sua diversità. Tuttavia sono tantissimi, quasi tutti, i genitori che segnalano momenti di vera e propria crisi di pianto nei loro figli senza un apparente motivo e la scienza s’interroga sulle reali cause di questo pianto. Le cause possono essere svariate, ma non possiamo affatto escludere che ci sia dentro anche la cognizione di uno stato, la consapevolezza di una differenza.crisi-ares-2_x264_dvd.original

Non è però soltanto il pianto l’unica eventuale dimostrazione di consapevolezza della propria condizione. Spesso gli autistici mettono in atto vere e proprie crisi di rabbia, con annessa aggressività, che, come nel caso del pianto, non hanno una causa apparente. Anche qui le cause possono essere tantissime, ma non possiamo escludere che il bisogno di comunicare e la coscienza della propria invalidità siano i fattori scatenanti.

Una maggiore comprensione di queste differenze viene acquisita attraverso l’esperienza, purché si abbia la capacità mentale di confrontare la propria esperienza con quella degli altri. Molti individui autistici sentono di essere diversi e incontrano tanti ostacoli che affrontano in modo diverso rispetto ad altri, ma non acquisiscono mai il linguaggio necessario per descrivere queste differenze. Questo è il motivo per cui educare il pubblico sull’autismo diventa essenziale.

E tale educazione deve essere corretta, secondo me, azzeccata, altrimenti diventa dannosa. E’ enorme il rischio di introdurre un personaggio autistico in una serie comica, ad esempio. Può risultare un grande intrattenimento, ma nella maggior parte dei casi non è affatto educativo, eppure il pubblico lo prende come tale; vedono personaggi autistici immaginari e arrivano a comprendere l’autismo attraverso tali finzioni.ares febbre 2 anni

Gli autistici insomma, potrebbero presumibilmente sapere di essere diversi, potrebbero non avere un nome per quella diversità, ma sicuramente avvertono la differenza di trattamento dei loro genitori, fratelli, sorelle, insegnanti. Vedono parlare tutte le persone che gli stanno attorno in maniera fluida e forse capiscono che loro non riescono a parlare in egual modo. Detto questo, la probabilità che una persona autistica possa conoscere meglio la sua condizione sicuramente aumenterà se glielo spieghiamo.

E per spiegarlo, come per tutti i concetti che si illustrano ai ragazzi e bambini con autismo, il linguaggio deve essere molto semplice, se necessario corredato da immagini. Quando farlo? Lo capirete voi. Dipende dalla diagnosi o dalle diagnosi del bambino, dall’età e da tutto quanto detto sopra. Ci resta, a questo punto, soltanto un dubbio: saranno davvero interessati i nostri figli gravi a capire la loro condizione?en la cocina

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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